Editoria a pagamento e trasparenza per i lettori

La scorsa settimana ho seguito con molto interesse un dibattito sull’editoria a pagamento (detta anche EAP) sul blog openars.it (qui il post), che mi ha portato a riflettere con un po’ più d’attenzione su questo fenomeno, partendo dalla sensazione tutta di pancia che ci sia qualcosa di sbagliato nel concetto stesso di editoria a pagamento.

Innanzitutto cos’è esattamente l’editoria a pagamento? Wikipedia la definisce così:

L’editoria a pagamento (in inglese, vanity press, in francese Édition à compte d’auteur) è il segmento del mercato editoriale in cui la pubblicazione di un libro è pagata principalmente dall’autore del libro stesso e non dai suoi lettori.

Cosa c’è di male, allora?

Uno scrittore è libero di scegliere questa strada, certo più semplice, e uno stampatore (e lo chiamo stampatore non a caso) è libero di offrire un servizio del genere a pagamento (se c’è domanda, perché non dovrebbe esserci l’offerta? La dura legge dell’economia di mercato!). Il punto è che non si possono mettere sullo stesso piano editori e stampatori, opere per le quali un editore ha scelto di investire e libri che sono scritti e stampati senza una mediazione editoriale.

Perché un conto è stampare fisicamente un libro, tutt’altro compiere attività di selezione critica, alla ricerca di testi ‘meritevoli’ (almeno per l’editore) e in linea con un piano editoriale. La differenza mi sembra evidente:  per un editore a pagamento i clienti sono gli stessi autori, mentre un editore ‘puro’ si rivolge ai lettori e nei confronti dei lettori ha la responsabilità di proporre libri per i quali si pone come garante di qualità. Ovviamente non in termini assoluti: nelle questioni di merito hanno sempre un peso importante i gusti personali, per non parlare poi di libri pubblicati più che altro per motivi di mercato, tuttavia resta che un editore crede nel potenziale di un libro e corre il rischio di pubblicarlo a propriE spese.

Il problema, quindi, non è che esista l’EAP, che in fondo avrà una sua ragion d’essere fintanto che – alcuni – autori saranno disposti a pagare per il piacere di vedere il proprio nome su una copertina (rende bene l’idea il termine inglese vanity press). Quel che davvero conta dal punto di vista del lettore è la possibilità di distingure fra le due categorie. Per ora, invece, sembra mancare del tutto trasparenza sull’operato degli editori. In questo concordo pienamente con Marta Traverso (su twitter @martatraverso), che su Finzioni scrive:

Pertanto, #cenap o #noeap che sia, chiunque voglia segnalare la più o meno corretta attività di un editore è libero di farlo nel modo che più preferisce. Più le informazioni giuste girano, meglio è per tutti.

Con lo scopo proprio di rendere nota la pratica dell’EAP, sul blog di Loredana Lipperini si trova un elenco (originariamente pubblicato da Writer’s Dream, poi ripreso qui) di editori a pagamento e a doppio binario (ovvero che pubblicano chiedendo contributi per alcuni titoli del loro catalogo). Indubbia l’utilità di una lista del genere, resta però che non è esente da errori. Fino a pochi giorni fa, fra gli editori a doppio binario compariva anche La Giuntina, un editore fiorentino specializzato in cultura ebraica che non ha mai pubblicato a pagamento.

Meglio quindi la lista (non esaustiva) di editori ‘puri’, non a pagamento sul sito di Writer’s Dream (qui), anche se segnalare un editore è cosa macchinosa.

Come evitare, allora, che gli editori a pagamento passino per editori puri? Ovviamente non è negli interessi degli editori a pagamento specificare apertamente la natura del loro business, non ci si può certo aspettare che venga indicato (come invece è prassi fare per contribuiti elargiti da Ministeri, Associazioni culturali o simili per sostenere la cultura) che il libro è stato realizzato grazie alla ‘generosità’ dell’autore. Forse si potrebbe fare il contrario? Un po’ come già per la carta (‘questo libro è stampato su carta proveniente da fonti sostenibili’), si potrebbe indicare nel colophon ‘questo libro è stato prodotto senza alcun contributo da parte del suo autore’?

Qualunque sia la strada scelta, mi pare fondamentale sensibilizzare i lettori su una pratica che spesso sembra più una truffa che altro (e di cui veramente poco si sa), per chiarire il valore dell’attività editoriale (a prescindere dalle dimensioni del catalogo stesso).

2 comments

  1. Sara Durantini · giugno 24, 2012

    Linda Rando (e Writer’s Dream) si è battuta molto, e si batte tuttora, contro l’editoria a pagamento. Sono d’accordo quando dici che si devono sensibilizzare i lettori. Si fanno i nomi degli editori a pagamento (anche se talvolta, come hai sottolineato, con qualche involontaria inesattezza) ma sarebbe meglio spiegare nel concreto di cosa si tratta, come si riconosce una truffa ma soprattutto perchè rifuggere da un editore a pagamento.
    Oggi uno scrittore esordiente (e non) ha tantissime possibilità per pubblicare la propria opera prima fra tutte il self publishing attraverso il formato ebook… quindi perchè perdere tempo con l’editoria a pagamento? Certo come ricordava oggi Flavia Piccinni in un articolo su La Lettura del Corriere, “il sogno resta sempre lo stesso, il cartaceo” ma a quale prezzo e a quali condizioni?
    Credo che le potenzialità offerte dal nuovo modo di fare cultura e letteratura aprano una varietà e una molteplicità di esperienze sicuramente molto più proficue dell’editoria a pagamento.

    • pantofoladigitale · giugno 26, 2012

      Grazie del commento!
      In effetti più si riesce a fare per sensibilizzare, meglio è, perché di fatto mi sembra che troppo spesso l’EAP sia una truffa nei confronti di autori e dei lettori.
      A maggior ragione ora che esiste davvero un’alternativa concreta e percorribile, quella del self-publishing.

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